La sindrome della capanna e la paura di tornare alla normalità

Michela Morelli

La Società italiana di psichiatria (Sip) ha lanciato l’allarme: sono più di un milione gli italiani che stanno facendo i conti con la cosiddetta sindrome della capanna e che rischiano di sperimentare psicopatologie e disturbi dell’adattamento con la fine del lockdown.

Cos’è la sindrome della capanna? Non si tratta di un vero e proprio disturbo psicologico ma di una dimensione emotiva che si sta manifestando in moltissimi individui con l’allentamento delle misure contenitive contro il Covid-19. Si manifesta con stanchezza cronica e non motivata da attività realmente faticose, paura, tristezza, ma anche ansia e stress all’idea di uscire di casa. Chi ne soffre può giustificare il proprio rifiuto ad uscire e tornare alle normali attività di prima della pandemia con l’abitudine acquisita nei mesi di isolamento. Tra chi ha imparato a provvedere autonomamente alle proprie necessità sia in fatto di cucina che di cura personale e intrattenimento e chi si rifugia nella comodità delle proprie abitudini casalinghe, sembra sia addirittura sottostimato il numero di persone che preferirebbero l’isolamento al ritorno alla normalità.

La sindrome della capanna è così definita perché osservata nei primi del Novecento nei cercatori d’oro degli Stati Uniti, i quali vivevano per lunghi periodi dell’anno in completo isolamento all’interno di capanne e affrontavano stress, sfiducia e pessimismo all’idea di tornare alla vita quotidiana fuori dal proprio rifugio.

Le paure che affronta chi soffre di questa particolare condizione psicologica vanno da quelle legate alla propria salute, che è ancora messa in pericolo dalla probabilità di essere contagiati, a quelle legate alla socialità. Ci si è infatti in un certo senso disabituati al contatto diretto con le altre persone, le quali sono inoltre guardate con diffidenza e tenute a debita distanza proprio per evitare il contagio. Ad intimorire sono inoltre le nuove misure obbligatorie nei luoghi pubblici, guardate con sospetto perché inusuali e del tutto impensabili nella quotidianità pre-Covid.

Come superare la paura di tornare alla normalità

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Gli psicologi rassicurano: il manifestarsi di questi sintomi non deve preoccupare eccessivamente, poiché tenderà a diminuire spontaneamente col passare del tempo fino a sparire del tutto. Il nostro corpo e la nostra psiche sono naturalmente predisposti ad adattarsi alle condizioni esterne, per quanto particolari come quelle che abbiamo affrontato nel mezzo della pandemia. Ne è un esempio la struttura dell’occhio, che in questi mesi di isolamento casalingo potrebbe essersi adattato alla minore distanza degli oggetti quotidiani fino ad impigrirsi. Moltissime persone, appena uscite di casa dopo un lungo periodo, hanno infatti lamentato un presunto calo della vista. Che regredirà con un ritorno al normale esercizio delle sue funzioni. Allo stesso modo la psiche si è adattata alla nuova situazione e l’ha in un certo senso normalizzata, rendendola meno traumatica e perciò più accettabile. Come aiutarla ad abituarsi alla nuova quotidianità?

  • accettare le emozioni: è normale attraversare una fase di disagio emotivo dopo un lungo periodo di isolamento. Non si deve pretendere troppo da se stessi, aumentando il carico di frustrazione, ma accettare le conseguenze psicologiche del lungo lockdown e aspettare la sua fisiologica risoluzione;
  • chiedere aiuto: se i sentimenti negativi diventano ingestibili e rischiano di compromettere seriamente la qualità della vita, il passo successivo è quello di chiedere aiuto ad un professionista;
  • prendersi cura di sé: se può aiutare a diminuire il senso di ansia e stress, fa bene concedersi qualche coccola in più, dando la precedenza al proprio benessere. Sì ad un’alimentazione sana ma con qualche sfizio, consigliatissimo l’esercizio fisico che libera i cosiddetti ormoni della felicità;
  • creare una routine: stabilire giorno per giorno, ora per ora, quali sono le cose su cui ci si può concentrare senza stress eccessivo. No a lunghissime e ansiogene to-do-list, sì al vivere nel presente e al focalizzarsi sulle cose su cui si ha un controllo;
  • abituarsi gradualmente ai nuovi ritmi: ognuno di noi ha tempi di adattamento differenti. Nessuno ci obbliga a uscire ogni giorno, buttarci nella mischia e incontrare gente. Gli psicologi consigliano di affrontare con gradualità la nuova fase, facendo piccoli cambiamenti ogni giorno e concedendosi un sufficiente lasso di tempo per abituarsi alla nuova routine.

Come hai affrontato il passaggio dalla fase 1 alla 2? Hai sperimentato qualcuna delle emozioni negative di cui abbiamo parlato? Raccontacelo nei commenti.


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