Cosa abbiamo imparato dalla Fase 1

Michela Morelli

È iniziata ieri, dopo più di due mesi di emergenza, la vera Fase 2. Quella delle due settimane precedenti è stata solo una prova, un prendere le misure per capire se si potesse davvero ricominciare, se ci fossero i presupposti. Due settimane per capire se avevamo imparato qualche lezione dalla pandemia e se fossimo pronti, noi italiani, a ripartire nel rispetto di nuove regole e nuove condizioni. Il via libera è arrivato, possiamo dunque tirare le fila di quello che abbiamo potuto (e dovuto) imparare dalla durissima fase 1, quella del lockdown e della paura.

L’interdipendenza

Molto si è sempre detto e ancora si dirà sulla globalizzazione, sui suoi effetti, sui pro e i contro di un sistema sempre più interconnesso. Ma mai come durante questa pandemia ci siamo resi conto dell’interdipendenza economica e sanitaria del mondo in cui viviamo. A gennaio, quando si iniziava a parlare seriamente di coronavirus, molti pensavano che l’epidemia non sarebbe uscita dai confini della Cina. Mentre si erigevano barricate e si chiudevano troppo tardi le frontiere, il virus era già a casa nostra, pronto a circolare e a creare la situazione nella quale ci siamo ritrovati tutti ancor prima di rendercene conto.

I mesi di emergenza ci hanno inoltre fatto capire quanto i mercati dipendano gli uni dagli altri, a livello internazionale ma anche all’interno del nostro stesso Paese. Il blocco dei settori produttivi ha creato una paralisi economica generale, così come la chiusura delle attività di commercio al dettaglio, di servizi alla persona e di ristorazione. In un’economia in cui quasi nessuno vive esclusivamente dei frutti del suo orto o dentro i confini del proprio cancello, l’interdipendenza è inevitabile, nel bene e nel male.

La solidarietà

Moltissimi italiani, soprattutto sui social, si sono lamentati delle promesse non mantenute dal governo. Mentre il presidente del Consiglio dei Ministri Conte ripeteva l’ormai celebre frase “Nessuno sarà lasciato solo”, una larga porzione di cittadini si è sentita abbandonata, a causa di lungaggini burocratiche o di disservizi di varia natura. In parallelo, la pandemia ha dimostrato che nelle situazioni di emergenza si tende sicuramente a proteggere la propria vita e i propri interessi, ma la solidarietà e l’altruismo fioriscono quasi spontanei e fanno sì che anche le persone più sole e sfortunate non vengano realmente lasciate sole.

I volontari di quartiere che hanno distribuito le mascherine nei Comuni che sono riusciti a mettere in piedi l’iniziativa, i carrelli della solidarietà che sono apparsi nei supermercati di tutta Italia, i cestini che si sono moltiplicati anche nei centri storici con la frase di Giuseppe Moscati “Chi può, metta, chi non può, prenda”. Sono le belle immagini dell’Italia solidale, dei cittadini che si danno una mano perché anche nelle difficoltà si può trovare qualcosa da donare. Una “spesa sospesa”, una consegna a domicilio per aiutare un anziano solo, una canzone dal balcone di casa. Piccoli gesti che hanno reso la quarantena un po’ meno amara.

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I veri eroi quotidiani

Le celebrità di questa pandemia sono state virologi, infermieri, medici e operatori sanitari che portavano sul volto i segni dei dispositivi di protezione e della stanchezza. Insieme a loro, i lavoratori che a rischio della propria incolumità dovevano mandare avanti il Paese anche nel bel mezzo dell’emergenza. Abbiamo finalmente imparato ad apprezzare il lavoro coraggioso e instancabile dei veri eroi quotidiani, coloro che non ricevono premi o altisonanti onorificenze, non compaiono sulle copertine dei magazine e non hanno un gran numero di followers ma sono riusciti a contenere un’epidemia che poteva rivelarsi ben più disastrosa. Così nelle pubblicità in TV e nei ringraziamenti alla radio sono finalmente iniziati ad apparire commessi dei supermercati, postini, autotrasportatori. Figure che forse prima davamo per scontate, ma delle quali abbiamo finalmente capito l’importanza, ruote di ingranaggi che non possono funzionare senza tutti i loro componenti.

Lo smartworking

Ci è voluta una pandemia per far capire a molti direttori d’azienda che i loro dipendenti erano affidabili, puntuali e produttivi anche da casa. Se prima il lavoro da remoto era un lusso per pochi, oggi è una necessità e un dovere per moltissimi. Parlando degli scenari futuri, si prevede che almeno otto milioni di lavoratori continueranno a connettersi all’ufficio da casa propria per altri sei mesi. Il periodo di lockdown è dunque servito a prendere confidenza con nuove piattaforme e snellire procedure prima lunghe e laboriose. Meno riunioni, meno pause e più produttività. Per alcuni quest’epidemia ha dimostrato che non tutti i mali vengono per nuocere, altri lamentano la mancanza del fattore umano. Fatto sta che, lungi dal fare i profeti di sventura, in un mondo iperconnesso come il nostro non sappiamo quale può essere la prossima emergenza. Tanto vale farsi trovare preparati e sfruttare al meglio ogni lezione imparata.

I buoni sentimenti

Nel dibattito sul fatto che tutti noi saremo persone migliori dopo la pandemia, ci sono fazioni opposte. Tra chi dice che impareremo ad apprezzare le cose semplici e ad essere un po’ più gentili, e chi sostiene che l’epidemia ci ha resi tutti un po’ più solitari e diffidenti, nessuno sa dove stia la verità. Sicuramente sono molte le lezioni che abbiamo dovuto imparare, alcune contro la nostra volontà e ad un prezzo durissimo da pagare.

Cosa senti di aver imparato in questo periodo di quarantena? Come pensi che cambieranno il mondo e l’Italia dopo l’epidemia? Raccontacelo nei commenti.


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