6 cose che non abbiamo ancora capito dello smart working

Michela Morelli

La metà degli italiani che si è vista costretta, nell’ultimo periodo, a lavorare da remoto in modalità smart working, proseguirebbe l’esperienza almeno fino a fine anno. Numeri che crescono nella capitale, dove l’80% dei dipendenti vorrebbe continuare a lavorare da casa per evitare di tornare a ritmi stressanti, di passare lunghe ore nel traffico e per aiutare l’ambiente favorendo al contempo la digitalizzazione di molti servizi.

Nonostante l’esperienza dello smartworking sia valutata da chi l’ha sperimentata in maniera tutto sommato positiva, ci sono ancora molti nodi da sciogliere e molte cose che non abbiamo ancora capito. La prima cosa ad essere sbagliata è la definizione. Al momento, in moltissime aziende italiane, si dovrebbe parlare di home working e non di smart working. Di agile, infatti, c’è ancora poco. Lavorare da remoto non significa sempre lavorare meglio, anzi spesso è vero il contrario. Ecco alcune cose che non ci sono ancora chiare dello smart working.

1. Non significa essere sempre disponibili

Uno degli elementi fondamentali dello smart working che necessita urgentemente di regolamentazione (e di comprensione da parte dei dipendenti) è il diritto alla disconnessione. Lavorare da casa e non essere costretti a rispettare tassativamente gli orari d’ufficio non significa essere reperibili 24 ore al giorno. Né tantomeno essere costretti a dire sempre di sì, per paura di sembrare poco produttivi. È un diritto del lavoratore quello di rendersi irreperibile fuori dagli orari di lavoro stabiliti, così come è un suo diritto dire di no all’ennesima call organizzata in pausa pranzo.

La pianificazione delle attività e la netta demarcazione tra spazio di lavoro e spazio personale devono partire dal lavoratore, il quale deve prima di tutto imparare a staccare con la mente. Perché se si ha l’abitudine di portarsi il lavoro a casa, quando la casa diventa ufficio è ancora più difficile dire basta e ritagliarsi del tempo per se stessi.

2. Non corrisponde sempre al “lavoro agile”

Come anticipato, quella che moltissimi dipendenti stanno sperimentando è una modalità di lavoro da remoto, ma ha spesso poco a che vedere con il lavoro agile vero e proprio. Rendere agile il proprio lavoro significa ripensare mansioni e attività in un’ottica di alleggerimento e velocizzazione dei processi. Significa diminuire le riunioni e le telefonate rendendole brevi e funzionali, distribuire equamente e chiaramente i carichi di lavoro all’interno del team, eliminare tutte le azioni non necessarie che allungano le giornate lavorative senza far progredire il business di un centimetro. E su questo abbiamo ancora molto, troppo da imparare.

3. L’abito fa il monaco

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Gli esperti lo ripetono come un mantra dall’inizio dell’isolamento sociale, ma è un concetto che sembra non voler attecchire nelle nostre menti, così il completo spezzato (camicia e pantaloni del pigiama) resta quello più gettonato per le videochiamate con l’ufficio. Nessuno può imporre un vero e proprio dress code per lavorare da casa, ma l’outfit scelto può davvero influire sulle prestazioni lavorative. Lo conferma uno studio di Methodos, secondo cui togliere il pigiama prima di mettersi al computer “è un aiuto a prepararsi per la giornata lavorativa e per passare da modalità casa a modalità di lavoro”. Sembra un’inutile sottigliezza, ma scegliere un vestiario confortevole ma professionale può realmente farci entrare in una modalità psicologica più produttiva di quella che avremmo restando trascurati ed eccessivamente comodi. Pensiamo allo stato di rilassamento che otteniamo istantaneamente quando la sera infiliamo il pigiama per andare a letto: un vero e proprio switch mentale. Perché non dovrebbe essere vero il contrario?

4. Non è adatto a tutti

Piace a molti, ma non è per tutti. Per mantenere alti i propri standard di efficienza lavorando da casa, bisogna avere una buona dose di autodisciplina ma soprattutto la capacità di lavorare autonomamente. Non si possono pretendere grandi risultati da persone abituate a confrontarsi di continuo con i colleghi su ogni processo, dai procrastinatori seriali e da chi già in tempi non sospetti si limitava a fare presenza in ufficio. La capacità di concentrarsi e di isolarsi dall’ambiente esterno è un altro aspetto fondamentale per questa modalità di lavoro, ma che non è congeniale a tutti. Lavorando dalla propria abitazione si è più soggetti a distrazioni, interruzioni da parte di figli e parenti, tentazioni dal frigo e rumori che in ufficio si riescono ad evitare più agevolmente. E serve una mente molto zen per riuscire a rimanere focalizzati su ciò che si sta facendo.

5. Le pause sono necessarie, ma non per fare questo

Staccare è importante, ma il pericolo del multitasking a tutti i costi è dietro l’angolo. Più a rischio le donne, che spesso devono occuparsi anche della cura dei figli e di altre mansioni casalinghe. La pausa caffé, necessaria per mantenere un buon livello di concentrazione nelle lunghe ore di lavoro, non deve diventare (solo) una scusa per avviare la lavatrice, stendere il bucato o preparare il pranzo. Nulla vieta di dedicarsi a queste attività in pausa, anzi uno dei punti a favore dello smart working è anche la comodità di poter incastrare impegni lavorativi e personali nella stessa giornata senza dover dividere il proprio tempo in compartimenti stagni. Ma la pausa deve essere anche, e soprattutto, rigenerante. Quindi sì alla lavatrice e al pranzo da preparare, ma solo dopo essersi concessi qualche minuto in totale relax, con la mente sgombra da qualsiasi pensiero o dovere. Per ripartire più carichi e concentrati di prima.

6. Non è vero che il tempo è denaro: i risultati sono denaro

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Per alcuni sembra controintuitivo, invece quest’esperienza emergenziale di smart working ha evidenziato con più forza che mai che si può lavorare meno e meglio. Ne abbiamo parlato in un nostro articolo qualche tempo fa, citando la legge di Parkinson secondo cui ogni attività si prende tutto il tempo che le abbiamo assegnato. Il che significa che se abbiamo due cose da fare e otto ore per farle, ognuna di esse ci porterà via almeno quattro ore. Ma se nessuno ci impone degli orari da rispettare e siamo vincolati esclusivamente da attività e risultati, possiamo sfruttare il tempo a nostro vantaggio. Raggiungendo maggiori risultati in minor tempo e dimostrando che possiamo essere retribuiti per i risultati che portiamo in azienda e non solo per il tempo che trascorriamo davanti al computer. Stai lavorando da casa in questo periodo? Se sì, stai apprezzando l’esperienza o aspetti con ansia di poter tornare in ufficio? Raccontaci la tua esperienza nei commenti.


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